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26 ago 2015

Il rogo nel porto, di Boris Pahor

Il rogo nel porto, di Boris Pahor Sì, certo, anche la zia Johanca portava le fiabe nel loro scantinato; e le sue fiabe avevano il colore dei ciclamini e delle felci lungo il ruscello dove d’estate andavano a caccia di granchi. In quel buco sottoterra si sprigionava allora un profumo di mele della valle di Vreme e si sentiva il gorgoglio delle ruote del mulino. Ma le vere fiabe erano quelle di Mizzi. La sarta Mizzi abitava a pianterreno, cioè sopra di loro, sopra la loro “abitazione” – un locale con due finestre affacciate su un cortile – che una larga barra di ferro divide in due; il muro del cortile davanti alle finestre viene sfiorato dal sole soltanto lungo il bordo superiore. Lo lambisce appena e fiaccamente, come la gatta tisica che lecca i suoi gattini sul tetto incatramato al di là del muro. Ma per loro la stessa Mizzi è quasi una fiaba. Una ragazza piccola e tondetta che parla in tedesco con lo zio dai capelli grigi. Un po’ dura d’orecchio e con grandi occhi, ma a loro bambini appare misteriosa soprattutto per quelle parole che lo zio le rivolge quasi gridando, e di cui non si capisce il senso. Pertanto Mizzi, che potrebbe essere come tutte le altre ragazze ventenni, risulta un po’ particolare. Però le vogliono bene e giocano ogni giorno nella sua stanza e fanno girare il manichino di legno sul quale mette in prova gli abiti. «E sta’ buono!» disse Mizzi a Branko. «Mizzi, una fiaba, per favore» intervenne Evka. Olgica, la più piccola, sedeva sul davanzale con i piedini sul lucido legno della macchina da cucire. Molto più in basso c’erano le finestre della loro abitazione, e sotto le finestre, sul fondo di cemento, ratti, ossa e teste di sardine essiccate. Dall’altra parte del muro di cinta gli operai dell’officina martellavano il ferro e lo levigavano tutto il santo giorno, e tutti i santi giorni. Alle cinque del pomeriggio si denudavano fino alla cintola, si lavavano sotto il rubinetto ed erano di buon umore. Si insaponavano braccia e collo, e la schiuma si tingeva di scuro per l’olio di macchina. Poi tutto diventava silenzioso, soltanto la macchina da cucire di Mizzi continuava a crepitare davanti alla finestra aperta. «Mizzi, ci racconti una fiaba!» Ma Mizzi è spesso trasognata e assente. Allora tace caparbia come ogni volta che lo zio è stato cattivo con lei; loro però non sanno perché si comporti così, dato che lo vedono solo di rado. La sua stanza sta dall’altra parte del corridoio, grigia e fredda come lui. Nella stanza c’è anche una scrivania, ma lui non vi si siede perché è già vecchio e in pensione, e sul comodino tiene sempre il libro di preghiere tedesco. La sera lo si sente pregare con quel libro e Mizzi sta inginocchiata sul parquet e prega con lui. Lo zio assomiglia a Francesco Giuseppe, quando prega sull’inginocchiatoio, e forse è così severo perché la città di Trieste non è più sotto il dominio del suo imperatore. Chissà! E forse proprio per questa ragione vuole morire con fierezza così come andarono a picco maestose, nel golfo antistante la città, le navi da guerra Tegetthoff e Wien. Loro marmocchi non sanno nulla di tutto ciò, ma sono adirati con lui perché è tanto antipatico quando sgrida la Mizzi trattandola da serva e lei poi piange. Porta un berretto di pelliccia nero, da sotto il quale sgusciano fuori ciocche di capelli grigi. Con la vestaglia marrone, le ciabatte ai piedi e quel berretto in testa sembra un santone asiatico. Se ne sta sempre nascosto da qualche parte eppure è 1 sempre presente, in un angolo buio del corridoio, in un’ombra dietro la porta, o nella tetra e fredda... continua http://aestovest.osservatoriobalcani.org/luoghi/pdf/Il_rogo_nel_porto.pdf

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